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Banshee, il fallo da dietro - by Amelia Ranzi. Terzo capitolo della serie "La storia perversa di Banshee" e la sua prima esperienza di sesso anale, raccontata in prima persona.

Banshee, il fallo da dietro - by Amelia Ranzi

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     Nei mesi che seguirono l'incontro con Mattia divenni il giocattolino suo e di mio cugino Antonio. Si divertivano ad avermi, mai insieme, sempre l'uno separato dall'altro e con la sensazione che per loro fosse diventata una gara a chi riusciva a durare di più con me.

 

     Ormai Antonio mi scopava ovunque, anche in casa mia, la notte, quando rimaneva a dormire da me nel periodo in cui i suoi si trovarono a fare i lavori a casa. Avevo un divano letto che permetteva di ritrarre un altro lettino e lui si trovava a dormire al mio fianco.

 

     Era nel buio e nel silenzio più totale che sentivo la sua mano cercare le mie mutandine e allora il silenzio diventava sussurri, bisbigli, respiri, rantoli e lo sfiorare si trasformava in carezze, abbracci, penetrazioni silenziose in cui cercavamo di imbavagliare anche il rumore delle sue palle che mi sbattevano tra le pareti della figa.

 

     Con Mattia, invece, ci si incontrava soprattutto nei fine settimana, quando lasciavamo casa insieme con Antonio simulando una papabile uscita di gruppo, Antonio che ad un certo punto deviava per lasciarci soli in quella che poteva avere come meta il retro del Campanile, una via abbandonata o il campo da calcetto della parrocchia di Don Raffaele, che Mattia conosceva bene perché frequentato da lui sin da bambino.

 

     Come premio della mia disponibilità avevo ricevuto da Mattia ed Antonio proprio l'inserimento nel loro gruppo di amici, ragazzini dai quattordici ai diciassettenni anni che trascorrevano le serate libere tra la villa comunale e il pub del paese o qualche serata particolare organizzata nella casa libera del nonno di Vincenzo, ormai morto da qualche mese.

 

     Vincenzo era coetaneo di Mattia ed Antonio, un ragazzo dallo sguardo mai sorridente e dai modi mai gentili, spesso silenzioso e burbero, cinico e intrattabile, un'aria sempre trasandata con quei capelli castani che gli arrivavano alle spalle e l'odore di canna che si sentiva quando ci si avvicinava a lui già a pochi metri di distanza.

 

     Quell'anno passò così in balia della mia sessualità divisa tra Antonio e Mattia e il mio affacciarmi al mondo degli adulti. Avevo compiuto sedici anni e già avevo conosciuto il sesso e il fumo, e mentre il primo diventava sempre di più un gioco di cui sentivo il bisogno, il secondo lo avevo da quasi subito trovato insopportabile e quindi abbandonato.

 

     Di quell'estate che arrivò veloce ricordo i Mondiali di calcio. Non sono mai stata appassionata di pallone, ma era un evento per noi compagni riunirci per vedere tutte le partite insieme a casa del nonno di Vincenzo.  Fu uno di quei giorni, e non ricordo quale, in cui durante la partita Vincenzo accendeva e spegneva la sua canna. Era strano. Agitato.

 

     Tutti erano concentrati sull'evento, ma io guardavo e riguardavo lui, incuriosita, quasi preoccupata. Vincenzo se ne accorse tanto che prese la sua sedia e si spostò dietro di me.

     “Invece di guardare la partita, guardi come fumo?” - mi chiese a bassa voce.

     Non ci capisco molto di calcio e guardavo così, nulla di particolare. Vincenzo avvicinò ancora un po' la sua sedia alla mia poggiando la bocca al mio orecchio.

     “Ora vado in bagno, aspetta due minuti e seguimi.” - bisbigliò spegnendo la sua canna e lasciandola sul tavolo vicino.

 

     Così senza aggiungere altro, senza aspettare che io dicessi altro, si alzò e uscì dalla stanza probabilmente senza neanche che qualcuno se ne accorgesse. Era sicuro di sé, sicuro che l'avrei raggiunto, così sfacciatamente dannato da attirarmi quasi come una calamita col ferro.

     

     Dopo pochi minuti mi guardai intorno, mi alzai cercando di fare meno rumore possibile.

     “Dove vai?” - mi chiese subito Antonio.

     “Ho bisogno del bagno, faccio subito.” - risposi.

     Sgattaiolai verso il bagno. Poggiai la mano sulla maniglia e subito la porta si aprì quasi inghiottendomi. Fu quando mi trovai dentro che Vincenzo lasciò che la chiave girasse due volte nella porta… Non ci dicemmo nulla.

 

     Senza una parola lui mi poggiò con le spalle al muro e si chinò alzandomi la gonna. Repentino mi calò le mutandine e delicatamente appoggiò le sue labbra alla mia figa bagnata.

     

     Cominciò a baciarla, poi con la punta della lingua ne sfiorò le labbra. Ci giocava come chi conosce bene il suo giocattolo, sentivo la lingua cominciare ad entrare, prima quasi timida, poi sfacciata. Ruotava. La lingua ruotava, scavava, impazziva alla ricerca del mio piacere più caldo.

 

     Tenni due mani sulla testa di Vincenzo mentre lui accompagnava il movimento della sua lingua con quello della sua testa, lasciando che la sua saliva sbrodolasse tra la mia figa e il mio interno coscia.

     

     Dopo poco si accompagnò con le mani, usando due dita per tenerla aperta così da poter andare più a fondo; cominciò quindi a succhiare come stesse gustando il più prelibato dei frutti esotici. Io tenevo la testa all'indietro godendo come una piccola cagna mentre con la mano stringevo il mio seno destro.

 

     Fu quando cominciai a bagnarmi che si fermò.

     “Girati!” - mi intimò d'un tratto all'orecchio.

     Io ero lì, al muro… a gambe aperte, stringente il mio seno e con le mutandine calate fino alle caviglie.

     “Ho detto girati!” - ripete lui, con voce autoritaria.

     Mi afferrò e mi girò così che gli dessi le spalle.

     Sentii il suo sputo e poco dopo la sua mano cercare il buco del mio culo…

     Lo trovò. Non capii inizialmente, ma mi bastò poco. Improvvisamente… sentii il suo dito bagnato di sputo entrarmi dietro. Nel giro di attimi le dita divennero due.

 

     Le muoveva su e giù con foga, eccitato, bramoso, indemoniato! Da sola mi coprii la bocca con la mano, così che nessuno potesse sentire i miei lamenti. Ero affannosa quando si fermò. Fu solo allora che si calò i pantaloni e le mutande.

 

     Sentii la sua cappella appoggiarsi sul buco del mio culo, roteava, ci giocava, a piccoli passi si faceva strada, ci lavorava tenendo le mie chiappe aperte con due mani.

     “È entrato…?” - mi chiese poco dopo.

     Non sapevo come capire se mi stesse realmente dentro. Se quella sensazione che provavo in quel momento fosse ciò che intendeva lui? Anche perché era davvero così poco doloroso rispetto a quanto immaginavo fino a prima di quel momento.

     “Sì… Sì... È entrato.” - sussurrai per compiacerlo.

     Sospirò quasi infastidito. Lo sentii allontanare e poi poco dopo spingere forte! Di botto, incazzato! Fu allora che io mi sentii invece squarciare, lacerare.

     “Ora è entrato, troia!”

 

     Così cominciò a cavalcarmi da dietro, a montarmi come si montano le vacche! Ogni botta che mi dava sentivo il suo cazzo farsi strada… sempre più dentro! Ero eccitata dalla sua foga, dal suo quasi mangiare di passione il mio culo.

 

     Mi prese per i capelli con una mano, mentre con l'altra afferrò un mio seno continuando a fottere incurante il mio culo. Io mi poggiai al lavandino che era accanto per liberarmi di quel muro che come appoggio era maledettamente scomodo.

 

     Altri due… tre, quattro colpi prima di sentire la sua sborra schizzare calda nelle pareti interne del mio culo. Lui si accasciò sulla mia schiena. Dopo pochi secondi lo tirò fuori lentamente.

 

     Io rimasi immobile, a pecora, appoggiata a quel lavandino mentre lui si puliva il cazzo con la carta igienica di fronte alla tazza del cesso.

     “Tirati su le mutandine e la gonna ed esci che già siamo stati troppo qui. Io vi raggiungo dopo. Me la fumo fuori un'altra canna.”

 

     Non proferii parola. Senza neanche pulirmi feci quanto mi aveva chiesto di fare e uscii dal bagno.

     Passai la serata su quella sedia imbalsamata, mi sentivo colare nelle mutande, sulla gonna, a disagio per ciò che gli altri avrebbe.

 

 

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