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Orale di maturità -  by Gianlucamoto.

 

I giochi sessuali di due adolescenti. Scopri come Marzia ha passato la sua ultima notte scolastica.

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Orale di maturità -  by Gianlucamoto

Largo Marinai d'Italia, Milano

 

     Era la fine, la fine di tutto per me, quel fottuto mercoledì 20 luglio del '94, il mio orale di maturità.

 

     Forse anche l'inizio, ma ancora non lo sapevo. Ci incontrammo fra studenti al parco, la notte del sabato successivo, per festeggiare, per esorcizzare il futuro.

     “Vino, io porto il vino!” - era la frase che si sentiva maggiormente quella sera fra noi ragazzi, ormai ex, del Liceo.

 

     Il vino era sulla bocca di tutti, la marijuana no, ma sicuramente Febo non sarebbe arrivato a mani vuote. Febo, un timido ragazzino imberbe di appena 19 anni che mi stava un po' sul cazzo, e non era l'unico.

 

     La sua timidezza non gli impediva di chiamarmi marcia, storpiando il mio vero nome, Marzia. Non gli davo peso, era ancora un ibrido tra adolescente ed ometto, carino ma insignificante, alto e magro oltre modo, dinoccolato in tutto. Eppoi ero di due anni più grande, l'indifferenza che gli mostravo era affinché mi portasse rispetto, un modo per ristabilire i ruoli, io, lui.

 

     Eravamo in centinaia sparsi per tutto il parco, bevemmo, fumammo, era ciò che desideravamo fare. Il presente era lì, palpabile; Il futuro anche, ma meno.

 

     La notte scivolò via ed io, restia a volermene andare a casa, mi sedetti a gambe incrociate sui gradoni rosa a ridosso della fontana del parco Largo Marinai verso il laghetto e, fissando una piuma di piccione sul selciato, pensai che non fosse lì a caso e la raccolsi, cercando conforto inutilmente nell'accarezzarmi gli avambracci con la sua estremità.

 

     Ma il niente mi attraversava l'anima, lo sguardo inchiodato. Cercai di piangere per dare un senso. Nulla. L'unica certezza fu che per me erano stati l'unica famiglia, i miei compagni. Li ho sempre tenuti a distanza, ma lo erano veramente.

     “Notte, Marcia!”

     “Oh no, cazzo! Tu adesso no, per favore!” - dissi. Ma dio sa quanto mi parve familiare ed amica quella voce.

     “Toh, fatti un tiro!”

     Si avvicino e allungò il braccio per offrirmi una cannetta di maria. Ma non potevo accettarla, avrei ceduto ed allora afferrai con la mano destra il suo polso destro stringendoglielo vigorosamente e facendogliela cadere.

 

     Mi sentii a disagio, ancora una volta c'ero cascata, ma perché? Perché allontanarmi da tutti, perché?

     “Cazzo Marzia, lo sai che mi eccita se mi stringi così!”.

     Mollai la presa, lui si chinò per riprendersi l'oggetto perduto e con aria strafottente mi bisbigliò, come per volermi mettere a mio agio.

     “Ma stringi tutto così?”.

     Non nascondo che mi colse impreparata. Risi, forzatamente, ma risi, come un'adolescente. Provai anche una certa vergogna al pensiero di dover stringere qualcos'altro di turgido che non fosse il suo polso, un pensiero fugace, della durata forse di un secondo, ma che mi sembrò un’eternità.

 

     Febo colse il mio imbarazzo e si sedette al mio fianco sinistro, ma a debita distanza, e mentre mi fissava con gli occhietti furbi di sfida, io, fingendo normalità, gli passai la piuma di piccione sotto il collo che lui repentinamente discostò all'indietro, farneticando che detestava il solletico.

 

     Approfittando della piega giocosa che la situazione andava prendendo, col dorso della mano sinistra sul suo stomaco lo spinsi all'indietro ribaltandolo sul prato e con lui, io, mi lasciai cadere di schiena al suo fianco.

 

     Prima che si potesse rialzare mi voltai verso lui e con le mani iniziai a solleticarlo sotto le ascelle, facendolo contorcere dal piacevole fastidio. Ma mi fermai. Si mi fermai. avevo il fiato corto, come se avessi corso per l'intera nottata, una strana sensazione allo stomaco e una pulsazione anomala nell'interno cosce, strette da un pantaloncino ostinatamente fuori taglia.

 

     Gli proposi una sfida: se avesse resistito immobile, per trenta secondi di orologio, al mio solletico e a mani legate, gli avrei cucinato per una settimana. Annuì. Mi slacciai lo scarponcino giallo All Star e, meticolosamente, sfilai il laccio dalla scarpa con un'abilità di chi avesse premeditato a lungo questo momento.

 

     Col suo consenso gli chiesi di avvicinare i suoi polsi che legai in modo che non potesse allontanarli e lo spinsi definitivamente con la schiena a terra e con le braccia sollevate oltre la testa. Poi con un’agilità che avevo scordato di possedere, mi sedetti sulle sue ginocchia, in modo da bloccarlo ulteriormente e con lo sguardo andai a cercare la piuma di piccione che avevo perduto di vista dal repentino evolversi degli eventi.

 

     La trovai. Sapevo che il suo punto debole erano il collo e le ascelle e decisi quindi di graziarlo per ora. Con una mano sollevai il lembo della sua maglietta arancio andando a scoprire l’ombelico, rimanendo stupita dall’inaspettata peluria che sembrava sostenerlo dalla parte inferiore, come un masso espulso da un vulcano dopo una forte esplosione.

 

     Un abbracciarsi continuo di peli scuri che non combaciava col castano chiaro sulla sua testa e che aumentava in larghezza seguendo lo sguardo verso il basso pube.

 

     Con la piuma incominciai ad accarezzare in verticale la distanza che separava l’ombelico dal primo bordo visibile del boxer. Lui mi guardò impietrito come per scusarsi di qualcosa. Gli occhi contorti in una smorfia che celavano un lampante imbarazzo.

 

     Fu subito evidente che il sangue avesse preso vie diverse da quelle che era solito intraprendere in momenti di quiete. Aveva trovato completamente aperti sentieri non certo nuovi, andando a dare vigore a quello che dell’amore se ne strafotte e zittendo il cuore, seppur indiscusso complice.

     “Ti prego scusami. Slegami per favore.“ - andava implorandomi. Nel suo volto c’era impressa una reale sofferenza che solo dopo alcuni secondi ne capii il motivo. Il suo cazzo turgido non riusciva ad estendersi come di dovere perché intrappolato fra le aderenze di un paio di jeans fin troppo stretti.

 

     Si mostrava in tutta la sua lunghezza, ricurvo in una posizione innaturale e dolorosa contemporaneamente.

 

     In un momento di benevolenza gli aprii il primo bottone e gli altri a seguire come se stessi stracciando un foglio di carta e senza perder tempo gli abbassai l’elastico dei boxer e contemporaneamente indietreggiai seduta sulle sue gambe.

     “Il Re è nudo!” - esclamai.

     Come una signora avvezza a quel gesto, senza guardarlo negli occhi per il timore di cogliere disapprovazione o disgusto, mi sputai nel palmo della mano destra e, con la stessa gli afferrai il cazzo e cominciai a stuzzicargli la cappella semicoperta da un frenulo ancora poco avvezzo a mollare gli ormeggi.

 

     Gliela lavorai come se stessi impastando con il palmo della mano una pagnottella, per poi scendere verso la base dell’asta, facendo attenzione a premere leggermente con l’interno dell’indice la concavità che si forma al raggiungimento di questa, per poi risalire verso la punta e superandola in altezza, per poi simulare l’ingresso della stessa in una giovane figa bagnata con la sola pressione delle dita.

 

     Già il cazzo cominciava a battere. Pulsava e avvisava di una imminente esplosione.

     “Ecco, ecco… ecco… ECCO! VENGO!... VENGO!!!”

     Allora impavidamente ci tenni a sottolineare il mio ruolo, finalmente. Di madre superiora. Con l’indice ed il pollice premetti delicatamente la cappella impedendo alla sborra di affacciarsi al mondo e lasciando Febo esibirsi in un singhiozzo soffocato.

     “Ma che cazzo fai?”

     Lo guardai fisso negli occhi ed imperterrita, con la certezza che fosse bloccato sia negli arti inferiori che superiori, gli ripresi a segare il cazzo e avvicinando il mio viso al suo frenulo, mimavo con la lingua completamente fuori il gesto di leccare un cono gelato. Nessun contatto, solo visivo.

 

     Ed ecco che l’imberbe ricomincia a pulsare. Sentivo il sangue sotto la mia mano. Una sensazione di potere ineguagliabile. Aumentai col ritmo, su, giù, su, giù e non appena notai che i suoi occhi si chiusero nel chiaro atto di abbandonarsi ad una esplosione orgasmica, stop. Gli ripremetti la cappella bloccandolo anche stavolta.

     “Cazzo fai, puttana?” - mi disse. “Slegami, sono stanco, me ne voglio andare.”

     Fu solo a quel punto che molla la presa allentando la pressione delle dita. L’uccello non batteva più. Con la lingua e solo con la sua punta gli titillai il frenulo con movimenti perfettamente circolari mentre lui, col muscolo pubococcigeo, riusciva a battere il cazzo a ritmo su di essa. Giuro! non feci nient’altro.

 

     Il suo cazzo rincominciò a battere insistentemente mentre Febo, fattosi più furbo, tento di dissimulare qualsiasi cambiamento. Voleva fottermi. Ah! A me?

 

     Sia mai! Avevo io in pugno la situazione e non appena assaporai una goccia di pre sborra, taaaac, gli premo la cappella.

     “Troia, puttana, sto male, non scherzo, sto proprio male, ti prego basta, ti prego, ti prego.”

     Aveva paura. Penso fosse realmente terrorizzato. Non era più leader. Non so se soffrisse più per questo o per non poter ribadire la sua autorità con una schizzata.

     “Ti prego, basta, ti prego!”.

     Con la lingua raggiunsi i suoi coglioni. Piccoli devo dire, rispetto a quello che dovevano sostenere. Me li infilati entrambi in bocca e con un leggero risucchio li stirati leggermente per poi farli riuscire, mentre con la lingua arrivai a stimolargli con una consistente pressione la strada che porta al buco del culo.

 

     Mi soffermai in zona per un paio di minuti buoni per poi ridirigermi verso la cappella ed esibirsi in un ultimo affondo. Mi infilati il cazzo lentamente in gola fino a sentire sulle labbra il sapore accidognolo del sudore dei peli pubici, e stetti immobile in quella posizione senza respirare, cercando di massaggiare la cappella con la parte interna della gola.

 

     Pensavo di morire. Sentivo il vino che tentava di risalire. Provai a non respirare. Sentivo il cazzo pulsare sotto le tonsille. Febo ansimava. Ebbi paura. Stava esplodendo, lo sentivo.

 

     Piangeva contemporaneamente, era senza dubbio esausto. Eccolo. Pulsava forte. Sfilai il cazzo dalla gola velocemente, lui sgranò gli occhi e con un urlo di dolore e piacere disumani tirò fuori l’anima. Una decina di secondi di un urlo strozzato, liberatorio, senza pausa, una sborrata che arrivò a superargli perfino la testa.

 

     Aveva almeno 5 cucchiaiate di sciroppo bianco sparse per il torace, con una goccia consistente sopra la guancia sinistra. Mi guardò. Lo guardai. Ero stanca. Col dito indice gli portai via la sborra dal viso e me lo pulii con la bocca.

     “Ottimo aperitivo!” - dissi.

 

     Mi alzai. Mi voltai per andarmene.

     Mi fermai e gli dissi.

     “Ci vediamo domani per il laccio. Mi serve.”

 

 

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